“Lo scafandro e la farfalla” di Julian Schnabel

Inauguro una sezione “cinema” con un bel film visto di recente.

è la storia di un uomo dalla vita frizzante, giocata tra cene e donne, figli e moglie, e tra le pagine patinate della rivista che dirige. Colto da un ictus improvviso, rimane paralizzato dagli occhi in giù, e la sua vita “non più vita” prende così una nuova forma inaspettata. Quasi un edipico personaggio, non nel senso freudiano dell’incesto, ma dell’Edipo veggente, dell’uomo che solo da cieco riesce a vedere il futuro e le cose. Ecco che Jean Dominique Bauby (interpretato da un intenso Matiheu Amalric) si ritrova ad avere solo la vista, e nemmeno tutta, perchè un occhio gli viene cucito, chiuso per sempre. Con la vista limitata lui comincia a vedere; il suo regalo di compleanno sarà una foto di lui da piccolo, in cui ha gli occhi chiusi, e non è un caso. Le scene iniziali, da sole, ben valgono il premio alla regia vinto a Cannes (2007); una delicatezza e un’armonia di colori e suoni e movimenti così leggera da restituire a colui che guarda tutte le sensazioni provate da Jean Dominique, “Jean-Do” per gli amici (viene in mente il film “L’histoire de Richard O.”, di Odoul, con lo stesso Amalric come protagonista; un chiaro eco sottende i due film).

Lo spettatore costantemente viene messo nelle condizioni di far coincidere il suo sguardo con lo sguardo dello “scafandro” (così si definisce Jean Do), del corpo in cui dentro risiede la farfalla. Un corpo che, se pur immobile, racchiude le ali, e l’immagine rende appieno la situazione: si parla di un’anima che prima di trovare i suoi mezzi per volare e diventare radiosa deve passare un periodo in cui è immobile e completamente vulnerabile. Jean Do affida il suo volo ad un libro, che riesce a dettare usando l’occhio che può ancora muovere.

Incantevole la scelta di rappresentare le sensazioni per immagini, come quella del palombaro immerso nell’acqua, un’immagine così potente e comprensibile da arrivare subito allo spettatore, che fa sue le sensazioni e rimane sempre più rapito e coinvolto; ci si immedesima in quella figura circondata dal torbido, che urla ma non emette suono, nei suoi movimenti goffi, movimenti senza azione. Non solo il dolore trova la sua corrispondenza, anche l’immaginazione ha il suo spazio, il pensiero dello scafandro rivela ciò che c’è al suo interno, e lo sguardo passa sopra il grano, le onde, le montagne..

Bravissime le attrici (Emanuelle Seigner, Marie Josee Crose e Anne Consigny), una fotografia delicata e armoniosa, e un film che consiglio vivamente agli amanti del buon cinema. Una bella sorpresa.

trailer

sito ufficiale

scheda film

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1 commento
  1. syymza ha detto:

    Anche a me questo film era piaciuto un sacco, sempre in bilico tra drammaticità e sentimento!

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